Nippon Kaigun

La Marina Imperiale giapponese forse fu l’unica ad entrare in guerra perfettamente preparata, dato che le mire espansionistiche del Giappone avevano coinvolto il paese in una guerra molto prima, nel settore indocinese. Al contrario dell’esercito, che rimase sempre molto tradizionalista nella struttura e nei mezzi, la marina diede prova di grande...

La Marina Imperiale giapponese forse fu l’unica ad entrare in guerra perfettamente preparata, dato che le mire espansionistiche del Giappone avevano coinvolto il paese in una guerra molto prima, nel settore indocinese. Al contrario dell’esercito, che rimase sempre molto tradizionalista nella struttura e nei mezzi, la marina diede prova di grande apertura e accortezza nei confronti delle realtà “esterne” all’isola del Sol Levante, cosa che la portò in relativamente poco tempo, ad essere, nel 1918, la terza forza navlae al mondo dopo Gran Bretagna e Stati Uniti. Già in quegli anni il Giappone stava progettando e costruendo unità da battaglia di grande concezione e potenza che, a differenza delle unità costruite da altre marine nel medesimo periodo, avevano un buon equilibrio fra velocità, protezione e armamento. La flotta, dopo il Trattato Navale di Washington, crebbe in mezzi e preparazione divenendo un apparato bellico spaventosamente efficiente, con unità qualitativamente eccellenti e completato da equipaggi preparati e straordinariamente motivati: il suo scopo di distruttrice degli avversari e di conquistatrice di territori oltremare fu perseguito attraverso lo sviluppo di una efficiente aviazione imbarcata, di mezzi e reparti da sbarco e di unità adeguatamente preparate.


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Nonostante la presenza di un forte nucleo di portaerei, la marina giapponese impostò la sua tattica basandola ancora sull’idea dello scontro frontale con il nemico: le forze aeree lo dovevano ingaggiare, indebolirlo e rallentarlo, mentre il grosso della flotta avrebbe dovuto, in seguito, ingaggiarlo e distruggerlo con le grandi unità da battaglia, gli incrociatori, i siluranti e i sommergibili.


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Da questa idea derivò il pesante ammodernamento delle vecchie corazzate e la costruzione delle due supercorazzate Yamato e Musashi. Tutto ciò determinò il mancato sfruttamento del potenziale degli aerei e dei sommergibili, entrambi concepiti con funzioni ausiliarie più che da veri e propri protagonisti quali avrebbero dovuto essere (e furono nelle altre flotte).



Fu invece dedicata molta cura alla costruzione e al perfezionamento dei siluri, la velocità delle unità “più pesanti” le fece talvolta usare come incrociatori, dimostrando la loro qualità e la preparazione di loro equipaggi; di contro vi era un modesto grado di sviluppo delle tecnologie di rilevazione e puntamento e delle apparecchiature di navigazione. Le navi vennero sempre impiegate con decisione e accuratezza, conseguendo molti successi nella prima fase della campagna del Pacifico. La marina giapponese cercò sempre il contatto diretto con il nemico in un confronto di calibri e corazze, in un approccio alla battaglia che rispecchiò gli ideali di gloria, onore e devozione tipici dei samurai. 


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