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  • KM - Kriegs Marine

    La Marina tedesca fu quasi colta di sorpresa dall’inizio del conflitto: i suoi capi avevano infatti appena cominciato un programma di sviluppo in accordo con l’assicurazione del Furer di non far scoppiare la guerra prima del 1944; quindi la Kriegsmarine, nel 1939, non possedeva la potente flotta che era nelle intenzioni dei suoi ammiragli. Nonostante ciò la forza navale del Reich poteva contare su un elevato grado di modernità e su una straordinaria qualità tecnologica delle sue, relativamente poche, unità.

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    Allo sviluppo della Marina tedesca nel perfetto, efficace e disciplinato meccanismo che la caratterizzò durante tutta la seconda guerra mondiale, contribuirono vari fattori: le restrizioni del Trattato di Versaille, che portarono alla progettazione delle Corazzate tascabili tedesche dotate di larga autonomia per la guerra di corsa, e al concepimento della guerra subacquea dei sommergibili, la cui costruzione fu tenuta segreta il più a lungo possibile, le due personalità dominanti di Raeder, legato al vecchio prestigio delle grandi navi da battaglia, e Doenitz, sommergibilista convinto e assertore della guerra subacquea su vasta scala, e la presenza di Hitler, con la sua preferenza per le operazioni di terra unita ad un certo riconoscimento per l’efficacia dei sommergibili e ad un desiderio di manifestare potenza attraverso le corazzate, tipica dei regimi totalitari.


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    Da tutto ciò derivò una marina dotata di unità di superficie potenti e veloci, con un buon bilanciamento fra capacità offensive, robustezza ed autonomia, e adatte a portare guerra in qualsiasi mare, e di vere e proprie squadre di sommergibili in grado di tagliare le vie di rifornimento e comunicazione delle altre Marine, impegnando le loro forze di superficie e costringendole ad una perenne difensiva, in modo da compensare la scarsa attenzione alle forze aeree che invece stavano diventando un punto importante delle altre flotte dell’epoca. La Germania infatti, pur potendo contare su una forza aerea fra le migliori al mondo, si era dotata di una sola portaerei operativa e l’areonautica navale non veniva considerata determinante.



    Ufficiali e marinai erano addestrati in modo severo secondo giusti criteri di impiego, le navi di una stessa classe venivano costruite in modo assolutamente identico, con evidenti vantaggi per l’addestramento e per i casi di emergenza in guerra, e secondo accorgimenti tecnologici innovativi; é inoltre noto, dal precedente conflitto, il potere micidiale dell’artiglieria tedesca, ora coadiuvata dai primi radar. Le torpedini erano efficaci e in breve tempo si sarebbe fatto uso anche di quelle magnetiche, purtroppo l'elevata complessità di tali meccanismi li rendeva molte volte totalmente inaffidabili.


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    © 2010 LuXLu

  • RM - Regia Marina
  • HMS - Her Majesty's Ship
  • USS Navy

    Gli Stati Uniti entrarono in guerra il 7 dicembre 1941 in seguito al “giorno dell’infamia” (come lo chiamarono) che vide l’attacco a Pearl Harbor. La loro flotta, concentrata maggiormente del Pacifico, aveva basato il suo sviluppo sull’idea della maggior importanza delle forze aeree rispetto alle altre unità navali, che invece venivano usate più come scorta alle portaerei stesse e come appoggio alle operazioni da sbarco. Molte corazzate in servizio risalivano ad un ventennio prima e sarebbero state potenziate e rimodernate durante tutto l’arco del conflitto con particolare riguardo all’armamento antuiaereo e secondario, al rafforzamento di certe protezioni, alla ricostruzione delle sovrastrutture: nel complesso erano dotate di un buon armamento e una efficace protezione anche se la loro velocità, fatta eccezione per la classe Iowa, non superò i 28 nodi.


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    Con l’evolversi della guerra la teconogia e le tecniche belliche americane progredirono in maniera sorprendente a cominciare dalla difesa aerea per approdare all’offesa e al dominio dei cieli. Le artigglierie americane, pur non essendo all’altezza di quelle tedesche, si rivelarono molto efficaci soprattutto se coadiuvate da centrali per il calcolo del tiro, sistemi avanzati di direzione e di punteria centralizzati, automatismi e semiautomatismi legati al tiro e siniergia fra radar e pezzi d’artiglieria. A differenza delle altre marine gli americani non sacrificarono nulla della potenza offensiva e difensiva delle loro navi a favore della velocità, ma quello in cui si rivelarono maestri fu l’uso esteso della portaerei, che essi consideravano la vera”capital ship”, lasciando le corazzate a ruoli secondari, pur inserendole sempre in ogni formazione navale. Nel complesso la marina americana tenne fede al suo motto secolare: mantenersi in uno stato di forza e di preparazione tali da sostenere la politica e gli interessi nazionali, e da vigilare sulla sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi possedimenti continentali e d’oltremare.


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    Ne derivò una flotta numerosa, grazie alla produzione dell’industria bellica americana, dotata di mezzi in continua evoluzione ed in numero sempre maggiore, che univa alla minaccia aerea adeguatamente sviluppata e sfruttata, una notevole forza d’urto delle unità più pesanti e una massiccia presenza di quelle più leggere a protezione. A differenza delle altre marine da guerra fu dato molto peso alle possibili situazioni di emergenza e le sue squadre di riparazione divennero le più efficienti e preparate al mondo. Partita da una iniziale inferiorità rispetto al suo principale antagonista, ‘Impero giapponese, seppe crescere e migliorarsi fino a superare e travolgere ogni avversario.

  • Nippon Kaigun

    La Marina Imperiale giapponese forse fu l’unica ad entrare in guerra perfettamente preparata, dato che le mire espansionistiche del Giappone avevano coinvolto il paese in una guerra molto prima, nel settore indocinese. Al contrario dell’esercito, che rimase sempre molto tradizionalista nella struttura e nei mezzi, la marina diede prova di grande apertura e accortezza nei confronti delle realtà “esterne” all’isola del Sol Levante, cosa che la portò in relativamente poco tempo, ad essere, nel 1918, la terza forza navlae al mondo dopo Gran Bretagna e Stati Uniti. Già in quegli anni il Giappone stava progettando e costruendo unità da battaglia di grande concezione e potenza che, a differenza delle unità costruite da altre marine nel medesimo periodo, avevano un buon equilibrio fra velocità, protezione e armamento. La flotta, dopo il Trattato Navale di Washington, crebbe in mezzi e preparazione divenendo un apparato bellico spaventosamente efficiente, con unità qualitativamente eccellenti e completato da equipaggi preparati e straordinariamente motivati: il suo scopo di distruttrice degli avversari e di conquistatrice di territori oltremare fu perseguito attraverso lo sviluppo di una efficiente aviazione imbarcata, di mezzi e reparti da sbarco e di unità adeguatamente preparate.


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    Nonostante la presenza di un forte nucleo di portaerei, la marina giapponese impostò la sua tattica basandola ancora sull’idea dello scontro frontale con il nemico: le forze aeree lo dovevano ingaggiare, indebolirlo e rallentarlo, mentre il grosso della flotta avrebbe dovuto, in seguito, ingaggiarlo e distruggerlo con le grandi unità da battaglia, gli incrociatori, i siluranti e i sommergibili.


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    Da questa idea derivò il pesante ammodernamento delle vecchie corazzate e la costruzione delle due supercorazzate Yamato e Musashi. Tutto ciò determinò il mancato sfruttamento del potenziale degli aerei e dei sommergibili, entrambi concepiti con funzioni ausiliarie più che da veri e propri protagonisti quali avrebbero dovuto essere (e furono nelle altre flotte).



    Fu invece dedicata molta cura alla costruzione e al perfezionamento dei siluri, la velocità delle unità “più pesanti” le fece talvolta usare come incrociatori, dimostrando la loro qualità e la preparazione di loro equipaggi; di contro vi era un modesto grado di sviluppo delle tecnologie di rilevazione e puntamento e delle apparecchiature di navigazione. Le navi vennero sempre impiegate con decisione e accuratezza, conseguendo molti successi nella prima fase della campagna del Pacifico. La marina giapponese cercò sempre il contatto diretto con il nemico in un confronto di calibri e corazze, in un approccio alla battaglia che rispecchiò gli ideali di gloria, onore e devozione tipici dei samurai. 


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