Atto secondo: Il Sentiero del destino

Sicura di aver fatto perdere le sue tracce, Kydoime intraprese il commercio di cremisi che durò svariati soli, finchè nell’antica città di pietra nanica di Zhakur, roccambolescamente si unì a una banda di mercenari Halodyne,  imparando da qerti l’uso della Kopis. I suoi compratrioti, maschi, si prendevano gioco del suo piccolo scudo ma Kydoime continuò a usare il suo pelta inventando addirittura un nuovo stile di combattimento brandendolo come un’efficate seconda arma durante il corpo a corpo. Il costante allenamento e le battaglie la dotarono di un’impareggiabile abilità nel combattimento incluse esperte tecniche di parata; tutto ciò si sarebbe dimostrato fondamentale negli anni a venire.

Quattro estati e un’infinità di cicatrici dopo Kydoime lasciò i Kimanauti e prese un lavoro come guardia di una carovana in viaggiano avanti e indietro per il deserto di Karhos lungo la principale via commerciale. Per due volte fu allontanata a causa della sventura che la accompagnava; alcune persone erano in grado di percepirla quasi come fosse un profumo di cui si era cosparsa. Kydoime era sempre più convinta che gli dei stessero giocando con lei una sorta di gioco e finì per cadere aello sconforto; spendeva i suoi guadagni in dissolutezza abusando di alcolici e droghe per poi riprendersi quanto bastava per prendere un nuovo lavoro. Nella città di Ellainz che sorgeva lungo la costa Hedonita Kydoime fu reclutata a forza nella ciurma di una galea risvegliandosi con orrore già in alto mare. Ogni singola persona sulla nave morì di peste nel giro di una settimana e anche lei sarebbe perita sola in mare se non fosse stato per una nave pirata che aveva abbordato il vascello alla deriva per saccheggiarlo. Il capitano pirata della “Sguardo di Gorgone” fu incuriosito dall’Amazzone e la prese nella sua ciurma. Tra i pirati la sua abilità con era rinomata e i compagni la ammiravano per la sua precisione. Purtroppo non riuscì mai ad abituarsi alla vita in mare e nel porto di Ildoza incontrò la donna che avrebbe riscritto il suo destino e convinta a non riprendere il mare.

Kydoime entrò nella tenda della veggente zingara per sfuggire agli implacabili raggi rossi del sole di mezzogiorno e rimase subito ammaliata dell’arte e dalla chingaglieria della giovane donna. Il suo nome era Tarana ed affermava di discendere dall’antica stirpe dei Tessitori di Sogni le cui conoscenze esoteriche si tramandavano di generazione in generazione. Gli occhi velati dall’oppio di Tarana scrutarono attraverso il caleidoscopio di cristallo osservando il passato e le infinite possibilità di futuro di Kydoime, un sogno vibrante all’interno di quello che i grandi mistici dei chiamano realtà. “Vedo la tua vita alla deriva, sballottata da molte correnti che se la contendono: la vergogna per la tua famiglia, la profezia di una dea, l’amore di una madre e una maledizione che ti porti dietro come fosse un prezioso amuleto”.

“Follie e parole velenose!” ribattè Kydoime ribattè, “Perché diavolo dovrei fare tesoro della mia sventura: darei ogni cosa per liberarmi delle mie disgrazie”.

“Ne sei proprio sicura?” chiese Tamara con un mezzo sorriso. “Se perdi quell’ancora quale altro legame condividerai con tua madre?”.

Kydoime realizzò che quelle parole dolorose erano vere. Era tutto ciò che aveva, tutto ciò che le rimaneva: l’unica cosa che la Regina delle regine le aveva lasciato in eredità era la “maledizione” di famiglia e Kydoime l’aveva portata con sè e inconsapevolmente coccolata per mantenere un legame con la madre perduta. Accettò il dono di sua madre, forte e cocciuta al punto di fronteggiare gli dei. Accettò il suo sangue e sentì il mantello del suo falso destino scivolare dalle sue spalle. Un rinnovato vigore scorse attraverso le sue vene, il sangue della Regina delle regine prese a scaldare l’animo della amata figlia.

“Quindi quale sarebbe allora il mio destino veggente?” domandò Kydoime con eccitazione.

“Ogni donna sogna il proprio destino e lo chiama fato ma se vuoi diventare veramente la degna figlia di tua madre e dare riposo alla sua anima tormentata devi finire ciò che aveva iniziato. Ti renderà di nuovo completa ma temo che il compito possa diventare più difficile con ogni anno che passa”. Gli occhi di Tarana si inversarono e un ruggito ultraterreno eruppe dai suoi polmoni, poi svenne.


Lo sciamano Orgroth udì urla echeggiare per le caverne e già sapeva che il suo cucciolo, il suo figlio surrogato, la sua più grande creazione, si era liberato. Scostò con forza gli Ibridi e si lanciò attraverso il passaggio che portava alla caverna, lì cercò di usare il suo canto gorgheggiante per calmare la bestia. Il magico canto non ebbe effetto e gli occhi dello sciamano rispecchiarono il suo status di preda; la bestia lo caricò e fuggì, non prima di essersi portata via una delle braccia di Orgroth con se. Poco prima di svenire lo sciamano vide che la Chimera aveva coperto le orecchie con i suoi stessi escrementi e sentì un impeto di orgoglio pensando a quanto astuta fosse diventata.


Gli anni seguenti Kydoime li passò in cerca delle Chimera e già la sua sorte sembrava aver preso un’altra piega con una banda di fedeli amici che le si erano raccolti attorno. Gli avventurieri seguirono una scia di voci e dicerie fino al bacino di Baryth situato tra l’altopiano di Pharystis e i monti Phanatol. Arrivarono alla corte delle regina della tribù delle Asce di Luna in un periodo di celebrazione. Ma le tavole non erano imbandite e le lire erano silenti poiché tre delle migliori cacciatrici erano andate a caccia di cinghiali e non avevano fatto ritorno; solo le loro zempala erano trottate indietro fino all’accampamento semi permanente. La regina era convinta fossero cadute preda del Demonzanna di Tarmanthia e affidò i suo guerrieri ai comandi di Kydoime.

Sapeva qua questo era il posto giusto, poteva sentirlo come un prurito nella sua testa, la Chimera era qui! La banda di Kydoime aveva camminato oltre le colline raggiungendo la foresta di Tarmanthia all’alba. Per tutto il giorno passarono al setaccio i boschi di cedro fino a che non incapparono nella pista sanguinosa lasciata dalle vittime.

Intorno a mezzogiorno la foresta esplose in una cacofonia di versi animali e fruscii causati dai cinghiali in corsa per il sottobosco. I cacciatori si prepararono per catturare le bestie ma Kydoime aveva solo una preda in mente. Poco dopo urla gutturali li informarono che non erano solo nei boschi; altri nemici erano a caccia in quel luogo, i Banebrood! La loro nauseante aura di corruzione li investi ancor prima del loro terribile fetore.

Atharax, il minotauro alfa, trasalì di collera vedendo dei nemici bloccargli la strada ora che aveva avvistato la Chimera. Gli dei del massacro gli promisero la bestia come premio per la sua inarrivabile dedizione; la belva avrebbe seminato il terrore tra i nemici marciando al suo fianco.  Era sua, bastava catturarla.

La foresta presto eruppe i una furiosa cacofonia di rami rotti, foglie fruscianti, clangori di armi e grida, gli Halodyne caricarono i mostruosi umanoidi nascosti nella selva e questi ultimi risposero colpo su colpo grugnendo. Pochissimi minuti ed un ruggito echeggiò tra i tronchi e la foresta cadde in un nefasto silenzio.

La Chimera balzò da una posizione sottovento alle spalle dello schiermento Halodyne. Benchè duramente addestrati i guerreri morirono lacerati dai possenti artigli o avvelenati dalla guizzante coda. Nemmeno Kidoyme riuscì a evitare l’attacco. Per sua fortuna, l’elmo magico che indossava assorbì il colpo.

Continua con l’atto finale o gioca la missione 2 “La foresta di Tharmanthia